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Il ritratto del dottor Gachet: il testamento malinconico di Van Gogh

Tra i ritratti più intensi ed enigmatici della storia dell’arte, quello del dottor Gachet occupa un posto unico.
Vincent van Gogh lo dipinse nelle ultime settimane della sua vita, nel 1890, ad Auvers-sur-Oise. In quell’uomo dal volto segnato e dallo sguardo perduto, l’artista riversò tutto il suo tormento interiore, la sua sensibilità estrema — e forse, un silenzioso addio al mondo.

“Uno dei miei migliori lavori”

In una delle sue lettere a Theo, Van Gogh espresse considerazioni rilevanti sul dipinto “Sto lavorando al suo ritratto, la testa con un berretto bianco, e molto bionda, molto chiara; anche le mani sono di carnagione chiara, ha una marsina azzurra e c’è un fondo blu cobalto, è appoggiato a un tavolo rosso sul quale c’è un libro giallo e una pianta di digitale a fiori rossi. Ha la stessa atmosfera del mio ritratto, che mi sono fatto quando sono partito per venire qui. “(4 giugno 1890).

Non esitò a definirlo uno dei suoi lavori migliori. L’intensità del volto, appoggiato sulla mano in un gesto di stanchezza e riflessione, racconta molto più di un semplice ritratto: è un autoritratto emotivo, uno specchio dell’anima dell’artista. Van Gogh parla di questa opera anche in una lettera scritta all’amico Gaugain, affermando di voler rappresentare nel volto malinconico del dottore «l’espressione spezzata del nostro tempo».

Il medico della malinconia

Il dottor Paul Gachet non era un medico ordinario. Omeopata, collezionista d’arte e vicino agli ambienti impressionisti, mostrava un interesse profondo per le condizioni dell’animo umano, in particolare per la malinconia. A questa dedicò la sua tesi di laurea, definendola come una disposizione legata alla sensibilità artistica, alla solitudine e all’introspezione. Una descrizione che sembra riflettere anche la sua stessa indole: non soltanto medico dei cuori inquieti, ma forse egli stesso segnato da quella stessa inquietudine.

Simboli del dipinto

Sul tavolo accanto al dottor Gachet, Van Gogh dipinge due romanzi: Manette Salomon e Germinie Lacerteux, opere dei fratelli Goncourt.

Libri molto conosciuti e amati dagli impressionisti, raccontano storie di artisti incompresi, di esistenze fragili e di menti tormentate — temi profondamente affini alla sensibilità di Van Gogh.


Un altro simbolo carico di significato è la pianta che compare nel dipinto: la Digitalis purpurea. Utilizzata dal medico per curare disturbi cardiaci, nelle mani di Vincent diventa qualcosa di più di un semplice elemento botanico: è il manifesto di una cura — forse impossibile — per un cuore affaticato, stanco di vivere.

Due versioni, un capolavoro perduto

Van Gogh realizzò due versioni del Ritratto del dottor Gachet. La più celebre, quella citata dallo stesso artista nelle lettere al fratello Theo, è oggi scomparsa dalla circolazione. Dopo essere stata venduta all’asta nel 1990 per 82,5 milioni di dollari — un record assoluto per l’epoca — finì nelle mani del collezionista giapponese Ryoei Saito, il quale, in una dichiarazione provocatoria, affermò di voler essere cremato insieme al dipinto.
La sorte dell’opera resta avvolta nel mistero: secondo la versione più accreditata, Saito fu costretto a venderla prima della sua morte a causa di difficoltà economiche, ma da allora non è più apparsa pubblicamente.

La seconda versione del ritratto, meno nota e differente per alcuni dettagli stilistici, è oggi conservata al Musée d’Orsay di Parigi. Fu donata allo Stato francese dalla famiglia Gachet.

Un volto evocativo

L’opera dedicata al dottor Gachet non è un semplice ritratto: è una confessione silenziosa. Van Gogh si racconta attraverso l’immagine di un altro uomo, malinconico come lui, dando forma a un dolore che chiede comprensione più che pietà. In quel volto gentile e intriso di nostalgia risuona la voce di chi ha vissuto troppo, con troppa intensità.
Ed è proprio questo a rendere il dipinto celebre, unico, eterno.

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