Quest’anno il tema della Biennale d’Arte di Venezia sarà “May you live in interesting times”, un detto cinese interpretato erroneamente da noi occidentali come una sorta di maledizione…

Le Nazioni partecipanti dovranno quindi rappresentare “i tempi interessanti” nei quali viviamo attraverso le opere e le installazioni create dai loro artisti.

In questo articolo vi presentiamo sei padiglioni nazionali della Biennale e i loro progetti. I padiglioni ci regalano la visione dei nostri tempi da diversi punti di vista, o potremmo dire da “diversi punti del mondo”.

 

Repubblica Popolare cinese

Quest’anno sarà rappresentata da Chen Qi, Fei Jun, He Xiangyu e Geng Xue. Gli artisti hanno deciso di sviluppare il tema della Biennale con una esposizione intitolata “Re-睿”.

Traducendo, “RE” è un prefisso di origine latina utilizzato nelle lingue occidentali che significa “di nuovo, all’indietro”, ed esprime una ripetizione o un ritorno.

RE è poi susseguito da , che in cinese significa saggezza. La risposta del Padiglione della Cina ai nostri tempi difficili, sarebbe quindi quella di cercare informazioni guardando indietro con saggezza. La sala espositiva presenta prospettive virtuali e reali fra loro mescolate, per trasportare e coinvolgere lo spettatore.  Un invito a trovare le risposte dentro al proprio cuore.

L’esposizione avrà luogo all’Arsenale nel Padiglione della Repubblica popolare cinese.

Repubblica Araba Siriana

La Repubblica Araba Siriana parteciperà alla Biennale con quattro artisti madrepatria, Saad Yagan, Ibrahim Al Hamid, Abdalah Abouassali, Saed Salloum, tre artisti italiani, Giacomo Braglia, Giuseppe Biasio e Primo Vanadia, e due artisti di nazionalità cinese, Chen Huasha, Xie Tian. Il titolo scelto per l’esposizione è “Syrian Civilization is still alive”, ovvero “la Civiltà Siriana è ancora viva”.

Un titolo che vuole raccontare la forza di un popolo che nel corso dei secoli è stato spesso oggetto di invasioni e ha sofferto di grande instabilità, e che oggi ci mostra come sia riuscito ad affrontare le avversità e a trovare la forza per rimanere in piedi e guardare avanti.

L’arte in Siria riflette esperienze di un mondo vivacissimo, gli artisti siriani elaborano le influenze occidentali ma sono portati per loro natura alla ricerca, alla sperimentazione e all’innovazione.

Saad Yagan con la sua pittura si concentra sulla presenza umanitaria in Siria; Ibrahim Al Hamid si ispira alle tradizioni della sua terra; Abdalah Aboussali fa riferimento al realismo e Saed Salloum con la sua astrazione guarda verso mondi surreali.

La Siria dal 2007 ha un proprio Padiglione, ed espone nell’Isola di San Servolo e Chiesetta della Misericordia, Campo dell’Abbazia, a Cannaregio.

Arabia Saudita

L’Arabia Saudita partecipa con l’artista Zahrah Al Ghamdi con l’installazione intitolata “After Illusion”, “Dopo l’Illusione”. La frase è tratta da un poema arabo antico scritto da da Zuhayr bin Abī Sūlmā, che narra delle insidie e della lotta del poeta per tornare a casa dopo essere stato via per due decenni.

Un’opera che esprime una riflessione sulla storia dell’Arabia Saudita e sulla sua identità.

Esposizione all’ Arsenale.

Egitto

Partecipa a questa edizione della Biennale con gli artisti Islam Abdullah, Ahmed Chiha, Ahmed Abdel Karim.
La loro risposta al tema dei “tempi interessanti” è l’installazione intitolata “Khnum across times witness”, ovvero Khnum- attraverso le testimonianze del tempo.

Khnum è una divinità egiziana appartenente alla religione dell’antico Egitto e considerato protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni. Viene raffigurato come un uomo con la testa di ariete, a volte sormontata da una croce, mentre tiene in mano l’ankh (chiave che in Egitto simboleggia la vita).

Il padiglione dell’Egitto ha sede ai Giardini.

Giappone

Il Giappone a questa Biennale sarà rappresentato dagli artisti Motoyuki Shitamichi, Taro Yasuno, Toshiaki Ishikura, Fuminori Nousaku.
Il titolo della loro installazione è “Cosmo- Eggs” e fa riferimento a diversi miti e credenze che collegano all’uovo la nascita della vita sotto ogni forma. Secondo un mito giapponese, Sole e Luna scesero sulla Terra per lasciare un uovo, che  però un serpente mangiò. Scesero allora una seconda volta, e nascosero tre uova: una nella terra, una nella pietra e una nel bambù. Nacquero così gli antenati di tre isole, la tribù della terra parlava con i vermi e gli insetti, la tribù di pietra con i serpenti e la tribù di bambù con gli uccelli.

Il progetto nasce dalla collaborazione fra un artista, un compositore, un antropologo ed un architetto, e presenta una piattaforma sperimentale per immaginare un sistema di vita più ecologico, e di pacifica convivenza fra umani e non umani.

All’inizio del XXI secolo, quando il capitalismo si è impossessato dell’intero pianeta, si è aperto un dibattito sull’inizio del cosiddetto “Antropocene”, ovvero l’epoca nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche.

Il quesito che vuole porre l’esposizione , come ci tiene a precisare il curatore del progetto Hiroyuki Hattori, è il seguente: “in un’epoca in cui noi, come esseri umani, abbiamo esteso il teatro della vita urbana allo spazio limitato dell’intero pianeta, come dobbiamo valutare l’impatto significativo che le nostre azioni hanno sull’ambiente?”.

La Sede del Padiglione giapponese è ai Giardini.

Cosmo-Eggs Padiglione Giappone

Iraq

Quest’anno sarà rappresentato da un artista solista, Serwan Baran, con l’installazione dal titolo “Fatherland”, ovvero “Patria”. Nato a Baghdad nel 1968 è considerato parte della nuova generazione di pittori iracheni. Ha vissuto per oltre 40 anni le guerre del suo paese, e fu arruolato nel conflitti negli anni ’80 e ’90.

Nel periodo trascorso nell’esercito, l’artista fu obbligato a registrare le vittorie per la propaganda del governo.

Baran ha usato l’arte nel tentativo di mettere a tacere quello che lui definisce “l’incubo che è dentro di me”.

Le opere su larga scala e site-specific di “Fatherland” invocheranno, all’entrata, la sensazione di una zona di guerra, in linea con lo stile oscuro e atmosferico di Baran. La mostra sarà caratterizzata da un monumentale dipinto acrilico, “The Last Meal”, raffigurante una vista a volo d’uccello dei soldati uccisi durante il loro ultimo pasto. A questo saranno incorporati elementi di collage, compresi gli oggetti delle uniformi militari irachene consegnate all’artista dalle famiglie dei defunti. Queste uniformi sono state raccolte dalla guerra Iran-Iraq, la seconda guerra del Golfo e la guerra con l’ISIS.

La mostra includerà anche una scultura, “The Last General”, un’argilla a grandezza naturale che replica un generale dell’esercito dentro una scialuppa di salvataggio affondata, realizzata in fibra di vetro.

Simile a un’antica mummia in un sarcofago, questa scultura color argilla vuole essere un ricordo della brutalità dei capi militari, e soprattutto un omaggio agli uomini morti in guerra, che sono diventati parte del suolo iracheno.

L’esposizione ha sede a Ca’ del Duca, Corte del Duca Sforza, San Marco 3052.

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